Miguel F. Pedro, Mwa Lemba, Per una teologia bantu, Bari 1987.pdf

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Il messaggio biblico si rivolge a turti gli uomini e non po-
trebbe farlo senza tener conto ciella valutazione che l'uomo dà
a se stesso.
Con questo libro vorrei mostrare la valutazione che l'uomo
africano, in particolare il Bantu, ha di se stesso e come egli si
articola al richiamo della voce che sollecita e che. certamente,
non proviene dalle «tonanti rive» di un caos stregonesco, fetici-
sta e totemista (come pure per secoli hanno affermato gli «esper-
ti» occidentali) ma da qualche altro luogo, dall'Arcano, direi.
Sono circa cinque secoli che noi negri africani siamo costret-
ti a tenerci gli epiteti più degradanti ed emarginanti: selvaggi,
pagani, feticisti, stregoni. Con l'industrializzazione (occiden-
tale) siamo diventati: arretrati, sottosviluppati. Terzo Mondo,
Quarto Mondo, paesi in via di sviluppo. Questo stato perenne
di bisogno, miseria, inadeguatezza (le cui origini, a quanto pa-
re, sono nebulose almeno quanto gli sviluppi ulteriori) conti-
nua a rimanere tale, nonostante cinquecento anni di aiuti, di
civilizzazione, di evangelizzazione.
A definire noi, la nostra storia, i nostri problemi e le cause
degli stessi sono sempre gli occidentali. A studiare l'Africa Ne-
ra, come la studiano milioni di giovani occidentali, sembra che
abbiamo cominciato ad esistere con la conquista coloniale: ti
fiat fu quello degli invasori armati di croce e spada, che voleva-
no dilatare la fede e l'impero.
Oggi, poi, che si vedono molti più negri in Europa, ci chia-
mano, a seconda delle circostanze, negretti, Terzomondiali. por-
tatori di Aids.
E se osiamo formulare qualche osservazione, arriva subito
la domanda, infastidita: e come vi dobbiamo chiamare?
Già: il problema sembra quello di doverci «chiamare» ad
ogni costo, come se non fosse più che sufficiente, per noi, «es-
sere presenri».
Questo carosello di definizioni a senso unico (gli occidenta-
li definiscono noi che, così, possiamo avere un nome, una qua-
lifica, una chiave d'interpretazione per noi stessi) si è, direi
ovviamente, esteso al campo della cosiddetta evangelizzazione,
generando un'altra bella famigliola di termini come- plantatio
ecclesiae, indigenizzazione, incarnazione, adattamento, incul-
turazione.
Ma chi incultura chi? Chi incultura che cosa? Chi stabilisce
i criteri?
Vi sono ancora troppi luoghi dove si vorrebbero i negri pa-
zienti e sorridenti, aureolati di négntude e folklore, grati ed
appagati dal paternalismo bianco.
Paternalismo che riuscirebbe persino a passare per promo-
zione umana se non vi fossero 1 ricatti, le punizioni, le emargi-
nazioni subite da chi tenta di smascherarlo e mostrare il suo vero
volto.
Questo libro Ìntegra l'altro mio scritto in lingua italiana,
pubblicato per i tipi della Edlico di Bari, nel 1985: Kijtla. Per
una Filosofia Bantu, e tenta di dire alcune cose «nostre» (di Ban-
tu, di Negri Africani, di sfruttati e impoveriti, anche) circa il
rapporto uomo-natura-Antenati-Dio.
E un discorso che si sviluppa dall'interno e che all'interno
si svolge. Si parla anche di cultura occidentale, naturalmente,
soprattutto per rilevarne certe ambiguità da essa evidenziate nel
porsi al cospetto delle culture africane, presentandosi come il
modello unico, intorno al quale deve gravitare l'universo mon-
do, in rapporto di ombelicale dipendenza psicologica, econo-
mica, etica, religiosa.
Ma questo, e altro, lo leggerete meglio nel libro. Ora vorrei
ringraziare qualcuno. Innanzi tutto P. Alessandro Zanotelli e
tutto lo staff redazionale di «Nigrizia», per l'appoggio dato a
Ktfita, grazie al quale sono riuscito a racimolare le forze per pub-
blicare Mwa Lemba.
Poi i fratelli della Pro Civitate Christiana di Assisi, pii e stu-
diosi fratelli che, chiamandomi al 44° Corso di Studi Cristiani
dell'agosto 1986 ed al 41° Convegno giovanile del dicembre
Pedro F. Miguel
MWA LEMBA
per una teologia Bantu
EDLICO
Tutti i diritti riservati all'autore
EDLICO - BARI
Distribuzione: CROP SERVICE
Via Eraclide, 9 • Tel. 080 /33 .28.41 -33 .46.61
BARI (ITALIA)
Finito di stampare nel mese di Novembre 1987
da: TIPOLITOGRAFIA 4 STELLE
Fotocomposizione: LINO PUGLIA
Nacqui a Quibaxe, zona kimbundu, [...].
La mia terra è ricca di caffè, ma mio padre fu sem-
pre un povero bracciante. Io ho fatto solo la prima
elementare, il resto l'ho imparato qui, nella Rivolu-
zione. Ero piccolo nel 1961. Ma mi ricordo ancora
dei bambini sbattuti contro gli alberi, di uomini sep-
pelliti sino al collo, testa di fuori, e il trattore che
passava, tagliando le teste con il vomere costruito
per aprire la terra, per dare agli uomini la ricchezza.
(Pepetela,
Mayombe)
A Kidinda,
villaggio d'Angola che i trattori portoghesi cancellarono,
seppellendo i suoi abitanti e soffocandoli, come a Quiba-
xe o Wiryamu in Mozambico, in quella terra tanto amata.
Perché il suo ricordo non si estingua, ma si affratelli alla
memoria dei milioni di Africani uccisi, santi d'un silenzio-
so, secolare calendario d'oppressione.
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